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Ristrutturazione dell’Ilva: USB non firma

Serve una grande mobilitazione dei lavoratori delle aziende in crisi

Roma -

COMUNICATO STAMPA

Con la firma di fim-fiom-uilm e azienda è finito il teatrino dell’ipocrisia nella discussione sulla procedura avviata dall’ILVA per la collocazione di circa 3300 lavoratori in cassa integrazione.
L’accordo esclude la proroga del contratto di solidarietà, incrementando il peso degli ammortizzatori sociali per parte rilevante dei lavoratori e introducendo la cassa integrazione a zero ore per altri 800, dichiarati non ricollocabili, a ridotte capacità lavorative e/o dotati di professionalità considerata “incoerente”.


Sebbene sia stata confermata l’integrazione salariale al trattamento di Cigs, non è stato definito nessun percorso che salvaguardi davvero i livelli occupazionali.  Le pressanti rassicurazioni da parte del viceministro e dell’azienda sul fatto che non vi sono esuberi è contraddetta da un accordo che identifica aree e lavoratori in eccesso. La stessa volontà di ricorrere alla formazione, anche con il finanziamento della Regione Puglia, non rappresenta in alcun modo una garanzia di ricollocazione per i lavoratori interessati.
Come USB abbiamo invece proposto, inascoltati, di prorogare il contratto di solidarietà alle medesime condizioni e di modificare radicalmente il quadro occupazionale e produttivo delineato dai commissari.
La due giorni ministeriale si è quindi ridotta alla definizione del numero di lavoratori da porre in cassa e rotazione.


La gestione commissariale si predispone così, nel peggiore dei modi, ad affrontare le condizioni che saranno dettate dalle due cordate imprenditoriali il prossimo 3 marzo.
Ilva, i lavoratori, i tarantini e la città rischiano di tornare ad essere oggetto di nuovi profitti privati e di nuove speculazioni. Come insegna la vicenda di Piombino, anch’essa frutto di un accordo sindacale osannato da governo, cgil, cisl e uil, senza un intervento pubblico che assuma direttamente la proprietà di Ilva mettendo al centro la salute, l’ambiente, il reddito e l’occupazione, il destino appare segnato.


Nazionalizzare l'Ilva è per noi l'unica soluzione per impedire che i privati facciano nuovo profitto lasciando sul terreno veleni e disoccupazione a carico della collettività.
Per queste ragioni non abbiamo sottoscritto l’accordo e ora, in rapporto con i lavoratori, decideremo le forme della lotta contro la ristrutturazione.
Serve una grande mobilitazione dei lavoratori di tutte le aziende in crisi.